Giulia (nome di fantasia) ha 23 anni e sta per concludere il suo percorso universitario.
Le manca un solo esame…da quasi due anni!
La tesi è praticamente pronta, il percorso di studi è ormai alla fine eppure, da tempo, ogni volta che si siede a studiare qualcosa si inceppa.
Ha sperimentato differenti strategie, ha provato a organizzare diversamente le giornate, a stabilire obiettivi, a imporsi di essere più costante. Ha anche provato a chiedere aiuto a diversi specialisti, ma senza successo. Il problema continua a ripresentarsi.
Giorno dopo giorno, studiare diventa sempre più difficile. E più diventa difficile studiare, più aumenta il senso di colpa e di inadeguatezza.
I colleghi di corso si laureano uno dopo l’altro e lei pensa: Dovrei essere anche io alla fine…Non è possibile che non riesca a preparare un solo esame…Devo impegnarmi di più.
La motivazione è alta, ma il risultato sembra essere sempre lo stesso.
Ma siamo sicuri che il problema sia lo studio?
In apparenza il problema sembra semplice: Giulia deve studiare, ma non ci riesce. Amici e familiari dispensano consigli: organizzati meglio! Elimina le distrazioni! Impegnati di più! Pensa a quanto sarà bello laurearti!
Sono indicazioni che, seppur mosse da nobili intenzioni, non sono di alcun aiuto a Giulia che non riesce a sbloccarsi.
Quando Giulia arriva in consulenza, mi domando: siamo sicuri che il problema sia soltanto lo studio?
In consulenza, infatti, non è sufficiente osservare ciò che una persona fa o non fa. È necessario cercare di comprendere che cosa succede nel momento in cui si trova davanti alla difficoltà. Mi chiedo:
Che cosa accade quando Giulia apre il libro? Che cosa pensa quando vede le pagine da studiare?
Che cosa sente nel corpo? Quali emozioni compaiono? E che cosa fa subito dopo?
In questo modo, il blocco smette di apparire come un comportamento inspiegabile o come una semplice mancanza di volontà. Diventa qualcosa da osservare, comprendere e affrontare attraverso competenze più adeguate.
Quando le emozioni prendono troppo spazio
Man mano che Giulia si apre e si racconta, dall’ambito cognitivo (pensieri, metodo di studio, organizzazione ecc.) passiamo all’ambito emotivo e iniziamo a lavorarci su.
Le emozioni fanno parte dell’esperienza umana. Ci informano su ciò che per noi è importante, ci preparano ad affrontare le situazioni e possono aiutarci a prendere decisioni.
Il problema può nascere quando un’emozione diventa così intensa da occupare tutto lo spazio disponibile. In quei momenti può diventare difficile pensare con chiarezza, mantenere l’attenzione, tollerare una difficoltà. È quello che accade a Giulia.
L’esame è importante. La laurea è desiderata. Proprio per questo, però, la situazione attiva una grande quantità di pressione. Più Giulia desidera riuscire, più teme di non riuscire. Più pensa che dovrebbe essere già arrivata alla fine, più ogni tentativo di studio diventa una verifica del proprio valore.
Il libro davanti a lei non rappresenta più soltanto un insieme di pagine da leggere, ma diventa il simbolo di tutto ciò che sente di non aver ancora realizzato.
A quel punto, il compito concreto di come studiare una pagina, ripetere un argomento, fare una pausa, viene accompagnato da pensieri e sensazioni molto più grandi:
E se non ce la facessi? E se perdessi altro tempo? E se dimostrassi ancora una volta di non essere capace?
La pressione aumenta, il corpo si attiva e il compito diventa sempre più difficile da affrontare.
Questo non significa che l’emozione sia necessariamente l’unica causa del blocco. È evidente, però, che il modo in cui Giulia vive emotivamente quella situazione sta influenzando in modo significativo la sua possibilità di agire.
Quando le emozioni prendono troppo spazio, anche un’attività desiderata può diventare difficile da iniziare. Ed è qui che la regolazione emotiva assume un ruolo centrale: non per eliminare ciò che Giulia prova, ma per aiutarla a riconoscere quello che accade e a sviluppare modi più efficaci per affrontarlo.
Imparare a gestire ciò che proviamo
Spesso pensiamo che saper gestire le emozioni sia una caratteristica innata e personale. C’è chi sa mantenere la calma e chi invece si agita per tutto. C’è chi sembra affrontare le difficoltà con facilità e chi, davanti alla pressione, si blocca.
In realtà, la regolazione emotiva non è soltanto una capacità innata. In buona parte, è anche un insieme di competenze che possono essere apprese e allenate. Il primo passaggio consiste nell’imparare a riconoscere i segnali. Prima ancora di arrivare al blocco, infatti, spesso compaiono alcuni indizi: tensione muscolare, il respiro che cambia, difficoltà a concentrarsi, pensieri rigidi o ricorrenti, tendenza a procrastinare il compito, irritazione o senso di colpa. Imparare a riconoscere questi segnali permette di intervenire prima che la situazione diventi ingestibile.
Il secondo passaggio riguarda l’apprendimento di abilità concrete. Non basta dire a una persona: Devi stare tranquilla. È necessario aiutarla a capire che cosa può fare quando non riesce a stare tranquilla. Può essere utile imparare a interrompere per qualche momento l’escalation della tensione, riportare l’attenzione al corpo e alla situazione presente; distinguere un fatto da un pensiero, ridimensionare richieste e aspettative eccessive, dividere il compito in passaggi più piccoli, lavorare sulla tolleranza alla frustrazione o scegliere un’azione possibile anche quando l’emozione non è ancora diminuita. Ma queste abilità non si apprendono soltanto spiegandole. Devono essere sperimentate, esercitate in un contesto protetto (ad esempio in studio) per poi essere utilizzate nelle situazioni quotidiane.
Per questo, nel lavoro con Giulia, la regolazione emotiva non viene trattata come un argomento teorico. Diventa un percorso di allenamento, uno skills training appunto.
Si osserva ciò che accade, si individua la competenza che manca o che in quel momento è carente, la si presenta in modo comprensibile e la si esercita insieme. La competenza non viene considerata acquisita perché lei ha capito la spiegazione. È acquisita quando riesce, gradualmente, a utilizzarla nella propria vita in maniera efficace.
Giulia, per esempio, sa perfettamente che organizzarsi è importante, conosce molte strategie di studio, è consapevole del fatto che i pensieri ricorrenti e il senso di colpa non la aiutano.
Ma nel momento in cui sente la pressione, le conoscenze non sono sufficienti.
La finalità del percorso è proprio questa: aiutare Giulia a costruire un passaggio tra la conoscenza e la competenza. Non aspettare di sentirsi completamente tranquilla per iniziare, imparare a riconoscere la tensione e trovare un modo per attraversarla. Si inizia facendo un piccolo passo senza pretendere che tutto sia già risolto, ma muovendosi nella giusta direzione.
E se il problema non fosse la tua forza di volontà?
Quando una persona rimane bloccata a lungo, è facile che inizi a pensare di essere incapace, pigra o priva di forza di volontà. Anche chi le sta vicino può cadere nella stessa interpretazione: Se lo desiderasse davvero, lo farebbe.
Ma desiderare qualcosa e riuscire ad agire non sono sempre la stessa cosa. A volte una persona desidera profondamente raggiungere un obiettivo, ma si trova a dover affrontare emozioni, pensieri e reazioni che rendono difficile compiere il primo passo.
Invece di chiedersi: Perché non mi impegno abbastanza? Può diventare più produttivo chiedersi: Che cosa succede esattamente quando provo a iniziare? E ancora: Quale competenza mi serve per affrontare meglio quel momento?
Il percorso di Giulia è appena iniziato. Non si tratta semplicemente di trovare il metodo di studio perfetto. Si tratta di comprendere come affronta le situazioni che per lei sono diventate troppo cariche di significato e di aiutarla ad apprendere modalità più efficaci per attraversarle.
Perché una difficoltà non dice necessariamente chi siamo. Può dirci, invece, quale competenza abbiamo ancora bisogno di sviluppare. E forse, prima di accusarci di non avere abbastanza forza di volontà, possiamo fermarci e chiederci:
Che cosa sta succedendo dentro di me proprio nel momento in cui vorrei riuscire?
Giovanni D’Ignoti
Pedagogista – Coach – Formatore