Entro in aula, mi aspettano una ventina di adolescenti provenienti da diverse classi del liceo che, per curiosità o per seguire un amico, hanno scelto di partecipare al workshop. Saluto e osservo: sono seduti a gruppetti, smartphone in mano, sprofondati nella sedia con testa bassa e fare annoiato.
Tutto nella norma, penso. Faccio l’appello, a modo mio. Prendo l’elenco e passo tra i banchi porgendolo a ciascuno con un sorriso ed un invito: “trovati!” Loro mi guardano perplessi. È la prima volta che li incontro e per me è un momento fondamentale: guardo ciascuno negli occhi e inizio a intrecciare i primi fili di una relazione che a breve prenderà forma.
Tra tutti, spicca G. Seduto all’ultimo banco, ciuffo calato sugli occhi, si cerca svogliatamente nel foglio. Colgo l’occasione per una battura e lui risponde: mi siddìo (mi annoio).
Concludo questo momento di primo contatto e dico a voce alta: “Bene, avete appena adempiuto al principale compito di sviluppo di ogni essere umano, in particolar modo di ogni adolescente: trovare se stesso!” Gli sguardi si alzano leggermente, e si iniziano a muovere sulla sedia, si guardano. Ho stimolato la loro curiosità e attirato la loro attenzione, possiamo iniziare con la prima attività: un semplice, ma efficace, gioco rompighiaccio per attivarli e iniziare ad entrare nell’argomento del giorno.
Obiettivi del workshop: attivare l’empatia,[1] allenare il pensiero critico,[2] stimolare la collaborazione,[3] favorire la mentalizzazione delle emozioni.[4]
Il giochino rompighiaccio dura pochi minuti, quanto basta per attivare un po’ tutti e accendere ulteriormente la loro curiosità.
A questo punto definiamo insieme le regole del gioco, mi accorgo che l’attenzione è alta: passiamo all’Input Maieutico. Mi piace chiamare così l’attività a focus poiché, a prescindere dallo strumento utilizzato (audio, video, visuale, musicale, cinestetico etc), l’obiettivo non è fornire risposte o parlare di qualcosa, ma suscitare interrogativi di senso e spingerli ad attivare le loro risorse.
Gli adolescenti sentono continuamente gli adulti parlare: di rispetto, di empatia, di razzismo, di inclusione, di non violenza, di bullismo etc. Purtroppo si pensa di poter riempire le teste dei nostri ragazzi a furia di parole (predicozzi per lo più). Eppure, già Socrate[5] molto tempo fa aveva smontato questa modalità educativa. Per non parlare del movimento delle scuole attive e del learning by doing,[6]per arrivare al “meglio una testa ben fatta che una testa ben piena” di Morin.[7]
L’argomento del giorno li prende subito: amore, sessualità e potere. Collaborano attivamente e svolgono le consegne con attenzione e partecipazione. Vengono fuori in diversi momenti le loro emozioni, i loro pensieri, i dubbi. Si confrontano come se si conoscessero da sempre, qualcuno riporta anche un’esperienza personale. Il clima è quello giusto, si sentono al sicuro, c’è rispetto e voglia di esprimersi. Il mio ruolo? Come un direttore di orchestra che deve dar spazio a ciascuno nella giusta misura, mi occupo di contenere gli esuberanti, stimolare i timidi, sollecitare interrogativi di senso lasciando che trovino loro le, seppur provvisorie, risposte.
Alla fine dell’attività, in un giro di “come mi sento?”[8] vengono fuori le emozioni e le sensazioni attuali. Le risposte sono, a mio avviso, molto significative. Siamo partiti da una sfilza di: tranquillo, annoiato e indifferente per arrivare a: consapevole, dubbioso, empatico, divertito.
Il tempo è volato e siamo riusciti davvero a centrare buona parte degli obiettivi proposti. Non abbiamo solo parlato di emozioni, empatia, cooperazione etc., ma i ragazzi hanno sperimentato in prima persona l’empatia, la cooperazione, la consapevolezza emotiva, utilizzando tutte le loro risorse mettendosi in gioco attivamente. Il tutto in un clima sereno, stimolante e ludico.
Questi sono alcuni dei feedback dei ragazzi:
- Esperienza molto costruttiva, soprattutto per noi adolescenti, spesso confusi. A. 16 anni
- Aiuta a empatizzare con gli altri e anche a conoscere di più te stesso. G. 15 anni
- L’aspetto più interessante è stato il modo in cui è stato posto il lavoro. A. 17 anni
- È stato incredibile quanto il nostro stato emotivo sia cambiato da inizio a fine incontro. S. 16 anni
- Ho sperimentato cosa vuol dire essere empatico, non ne avevo idea. M. 14 anni
- Lo consiglio a tutti perché ritengo apra molto la mente. P. 17 anni
- Grazie per questa esperienza, è stata straordinaria. Se non fosse stato per i miei compagni non l’avrei mai fatta. L. 15 anni
E G.? Quello dell’ultimo banco? Ve lo ricordate? Alla fine dell’incontro, alla domanda: “come mi sento” mi dice: “Sto cercando di capire come si sentono i vari personaggi”. Ok, rispondo: “Sai come si chiama questo? Empatia!”
Dott. Giovanni D’Ignoti – Pedagogista
Ovviamente il viaggio non finisce qui! Questo workshop era solo un assaggio. Si continua con i nostri percorsi per preadolescenti, adolescenti e adulti!
Anche tu puoi proseguire questo cammino e sviluppare le competenze che ti accompagneranno per tutta la vita.
🌟 Non aspettare: inizia oggi il tuo viaggio!
👉 Scopri i percorsi
[1] Goleman D, Intelligenza emotiva, Rizzoli, 2011
[2] Lipman M., Educare al pensiero, Vita e pensiero, 2005
[3] Johnson, D. W., Johnson, R. T., & Holubec, E. J., Cooperation in the Classroom, Interaction Book Company, 1998.
[4] Siegel D.J., La mente adolescente, Raffaello Cortina Editore, 2014
[5] Platone, Apologia di Socrate, Laterza, 2006
[6] Dewey J., Democrazia e educazione, La Nuova Italia, 1995; Freinet C., La scuola del fare, Emme, 1978
[7] Morin E., La testa ben fatta, Raffaello Cortina Editore, 2000
[8] Breve attività in cui ogni partecipante riassume in una o due parole il proprio stato emotivo del momento. Viene utilizzata anche più volte durante l’incontro poiché, oltre ad aiutare i ragazzi a prendere coscienza del proprio stato emotivo, dà al conduttore un feedback sul clima che si respira nel gruppo.