Di recente, in famiglia, abbiamo visto la serie TV Un Professore e devo dire che abbiamo vissuto non soltanto un semplice momento di intrattenimento, ma una vera e propria esperienza relazionale. A proporre, in modo esplicito, di trasformare queste visioni in un’occasione di riflessione sono state proprio le mie figlie di 14 e 9 anni. Le loro osservazioni spontanee, dirette e spesso disarmanti, hanno aperto uno spazio di confronto familiare autentico, che mi ha portato, quasi inevitabilmente, alla stesura di questo articolo.
Questo dato per me è, già di per sé, pedagogicamente rilevante poiché non è il contenuto mediatico in sé a essere educativo, ma la capacità di chi lo fruisce di leggerlo, problematizzarlo e utilizzarlo come occasione di confronto. È in questo processo che può attivarsi pensiero critico nei più giovani e generarsi un autentico dialogo intergenerazionale. Sarà che sia io che mia moglie siamo pedagogisti (povere figlie!) e che utilizzare le serie TV a scopo educativo è parte integrante delle mie attività laboratoriali con gli adolescenti, ma in questo caso è avvenuto quanto teorizzato da Vygotskij: il significato non è dato di per sé, ma costruito nella relazione e nel linguaggio condiviso. Fatto sta che la serie è diventata uno stimolo mediatore capace di attivare una sorta di zona di sviluppo prossimale familiare. Decisamente qualcosa in più di semplice intrattenimento!
UNA SERIE CHE PARLA AGLI ADOLESCENTI…E AGLI ADULTI
Un Professore è una serie che ruota attorno alla figura di Dante Balestra, docente di filosofia capace di utilizzare il pensiero filosofico come strumento vivo, concreto e agganciato all’esperienza degli studenti. La scuola non è solo sfondo, ma laboratorio relazionale ed emotivo in cui si intrecciano storie di crescita, fragilità, conflitti e ricerca di senso.
Uno dei principali punti di forza della serie, a mio avviso, è proprio questo: affrontare temi complessi e attuali (alcol, droga, criminalità, disagio adolescenziale, suicidio), affiancando anche dimensioni positive come lo studio, il lavoro, il teatro, le passioni personali e la possibilità di cambiare traiettoria.
Dal punto di vista pedagogico, è centrale il valore dell’empowerment: il professore crede nelle risorse degli studenti, li sollecita, li sfida, li accompagna. Questo rappresenta un modello educativo efficace, basato sulla fiducia e sulla valorizzazione delle competenze individuali. Un approccio che richiama la prospettiva di Carl Rogers, in cui la relazione educativa efficace si fonda su autenticità, accettazione incondizionata e comprensione empatica, condizioni imprescindibili per favorire la crescita personale.
IL VALORE DELLA RELAZIONE EDUCATIVA
Un aspetto particolarmente riuscito è la rappresentazione del rapporto insegnante-studente. Dante riesce a creare un’alleanza educativa significativa: non si limita a trasmettere contenuti, ma costruisce connessioni.
La sua capacità di ancorare la filosofia alla vita reale è un esempio efficace di apprendimento significativo: i filosofi non sono pensatori un po’ strambi e distanti nel tempo, i concetti non restano astratti, ma diventano strumenti per leggere sé stessi e il mondo. Questo favorisce la generalizzazione, uno dei pilastri dell’apprendimento autentico.
Interessante anche il confronto tra diversi stili di insegnamento: emergono modelli più rigidi e trasmissivi contrapposti a un approccio più relazionale e trasformativo. Questo apre una riflessione importante: non esiste un unico modo di insegnare, ma esistono modalità più o meno efficaci nel promuovere la crescita. Tuttavia, non mancano elementi critici. Un passaggio emblematico è quello dell’esame di maturità in cui il professor Balestra, durante gli scrutini, difende indiscriminatamente tutti gli studenti perché nessuno venga bocciato. Se da un lato questo gesto comunica protezione ed è in linea con lo stile del prof, dall’altro rischia di sminuire il valore dell’impegno, della responsabilità e della meritocrazia. È un punto delicato: sostenere non significa sostituirsi, né annullare le conseguenze.
ADULTI FRAGILI E RESPONSABILITà SFUMATE
Uno degli aspetti più problematici emersi anche dal confronto familiare riguarda la rappresentazione degli adulti. E su questo aspetto le mie figlie sono state piuttosto spietate!
Molti personaggi adulti appaiono adultescenti: faticano ad assumersi responsabilità, agiscono impulsivamente e non valutano le conseguenze delle proprie scelte. Il punto critico, in chiave educativa, non è la loro imperfezione, che è umana e persino funzionale, ma la mancanza di stabilità e credibilità. Gli adolescenti, infatti, non hanno bisogno di adulti perfetti, ma di adulti sufficientemente solidi, coerenti e affidabili per poter rappresentare un punto di riferimento nel loro percorso di crescita.
Il rischio è quello di una perdita della funzione genitoriale ed educativa, dove il confine tra pari e adulti si assottiglia fin quasi a scomparire. Dal punto di vista psicopedagogico, questo indebolisce uno dei bisogni fondamentali degli adolescenti: avere adulti di riferimento solidi, coerenti e autentici. Altrimenti, si rischia di generare insicurezza e disorganizzazione, compromettendo la funzione di base sicura che ogni adulto è chiamato ad essere.
EMOZIONI NON GESTITE: IL CASO DELLA PAURA
Un altro nodo critico emerso riguarda la gestione delle emozioni, in particolare della paura. La vicenda della malattia di Dante rappresenta un’occasione narrativa importante, ma appare poco elaborata sul piano emotivo. La paura viene evocata, ma raramente attraversata in modo consapevole: manca un processo esplicito di riconoscimento, accettazione e regolazione. E manca totalmente la condivisione dei momenti difficili con le persone care. Questo è significativo perché gli adolescenti apprendono anche per modellamento e l’assenza di competenze emotive e comunicative negli adulti diventa un messaggio implicito potente.
Non si tratta di un caso isolato. In più momenti della serie, gli adulti sembrano oscillare tra due polarità disfunzionali: da un lato l’agito emotivo (reazioni impulsive, scatti di rabbia, chiusure difensive), dall’altro l’evitamento (minimizzazione, razionalizzazione, spostamento del focus su altro). Questo contribuisce a costruire un contesto in cui le emozioni non diventano oggetto di pensiero, ma restano sul piano dell’azione o della reazione.
In termini di educazione emotiva, siamo quindi lontani da una prospettiva di consapevolezza e regolazione. Le emozioni vengono vissute o subite più che comprese e trasformate. Riconoscere, nominare e modulare le emozioni è una competenza chiave, soprattutto in adolescenza, ma nella serie appare poco sviluppata proprio nei modelli adulti. E questo ha un impatto diretto e significativo poiché se l’adulto non mentalizza, difficilmente l’adolescente potrà apprendere a farlo.
RELAZIONI ACCELERATE E SESSUALITà ESPOSTA
Uno degli elementi che ha colpito maggiormente le mie figlie è la rappresentazione delle relazioni sentimentali.
Le loro parole dette di getto “anche meno!”, “mi sembra un po’ too much”, restituiscono una percezione chiara: le relazioni appaiono spesso forzate, accelerate, poco costruite.
Dal punto di vista evolutivo, questo è un tema centrale. Nella serie le relazioni bruciano le tappe; spesso manca una fase di costruzione del legame e la sessualità arriva rapidamente, in modo esplicito e frequente.
Il rischio educativo è quello di trasmettere un modello relazionale in cui l’intimità è sganciata dalla costruzione della fiducia, il tempo della relazione viene compresso, il sottinteso, che ha un valore educativo importante (l’intimità, appunto), lascia spazio all’esplicitazione continua.
Questo non significa negare la dimensione della sessualità, ma interrogarsi su come viene rappresentata e su quale immaginario contribuisce a costruire nei più giovani.
IDENTITà E ORIENTAMENTO: TRA RAPPRESENTAZIONE E PERCEZIONE
Altro punto emerso riguarda la rappresentazione dell’omosessualità e della bisessualità, percepita come ostentata.
Qui è importante distinguere due livelli:
- il piano narrativo (la scelta degli autori di includere e normalizzare diverse identità);
- il piano percettivo (come questo viene letto dallo spettatore, soprattutto giovane).
Dal punto di vista socio-pedagogico, la presenza di pluralità identitarie è coerente con una società complessa e inclusiva. Tuttavia, quando la rappresentazione risulta percepita come eccessivamente forzata e poco integrata nella trama, può generare dubbi o resistenze, soprattutto se non accompagnata da una narrazione profonda dei vissuti.
Non basta rappresentare la diversità, è necessario contestualizzarla e renderla comprensibile, evitando la spettacolarizzazione.
UN’ADOLESCENZA COMPLESSA MA NON DISTORTA
Un elemento di valore è il ritratto complessivo dell’adolescenza che appare più equilibrato rispetto ad altre narrazioni contemporanee (ad esempio Adolescence).
Accanto alle fragilità, emergono risorse significative come il desiderio di riscatto, la capacità di riflessione, la ricerca di senso, la cura di legami significativi.
Questo è fondamentale: evitare una rappresentazione esclusivamente patologizzante dell’adolescenza consente di mantenere uno sguardo realistico e fiducioso.
CONCLUSIONE: UNA SERIE CHE DIVIDE, MA SOPRATTUTTO ATTIVA
Un Professore non è una serie neutra. È una serie che espone, a volte forza, altre volte illumina.
Dal mio punto di vista, e soprattutto attraverso lo sguardo delle mie figlie, la serie appare un valido stimolo educativo poiché ha dimostrato di poter attivare riflessione, dialogo e pensiero critico e, al tempo stesso, evidenziare elementi critici nella rappresentazione degli adulti, delle relazioni e della gestione emotiva. Aspetti che, proprio poiché carenti, possono essere focus importanti di un dialogo educativo quotidiano tra le mura domestiche.
E forse è proprio qui il suo valore più grande: non tanto in ciò che mostra, ma in ciò che fa emergere nelle relazioni reali di chi la guarda.
Perché, in fondo, il vero apprendimento non avviene sullo schermo, ma nelle riflessioni e condivisioni che quello schermo riesce a generare. In conclusione, possiamo leggerlo come un esempio di educazione informale: contesti non strutturati che, se accompagnati da adulti consapevoli, possono diventare significative occasioni di crescita.
Giovanni D’Ignoti
Pedagogista – Coach – Formatore