QUANDO SEI EFFICACE, MA NON SAI SPIEGARTI PERCHè
Mario (nome di fantasia) è uno studente universitario. Vive fuori sede, ha una situazione familiare complessa e porta avanti gli studi con fatica ma costanza.
Nell’ultimo periodo si è districato tra seri problemi di salute del padre, un fratello dal carattere “non facile” che è tornato a casa perché si sta separando con la moglie e la preparazione di un esame all’università. Mario riesce a stare vicino al padre, supportare (e sopportare) il fratello e all’esame prende 28!
Nell’ultimo colloquio di consulenza, assieme a tutti questi successi emerge una frase che mi ha colpito molto:
“Ancora non mi spiego come abbia fatto a gestire tutto in questo periodo.”
non è solo un buon momento: è un passaggio evolutivo
Rileggendo il percorso educativo svolto fin qui, ho rilevato che Mario non sta semplicemente “andando meglio”, ma sta accadendo qualcosa di più strutturale. Non solo ha retto un carico emotivo elevato (malattia del padre, crisi matrimoniale del fratello), ma ha prodotto comportamenti efficaci in contesti reali (famiglia, studio, relazioni). Dalla frase “ancora non mi spiego come abbia fatto...”, inoltre, emerge la ricerca di una prima forma di consapevolezza metacognitiva, poiché non riesce a spiegarsi il proprio funzionamento.
Qui c’è un passaggio cruciale: la competenza reale è più avanti della competenza percepita. Mario sa fare, ma non sa di saper fare.
Questo disallineamento indica che siamo in una fase delicata che, se non viene accompagnata in modo mirato, può portare potenzialmente a tre esiti. Mario potrebbe:
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- attribuire i successi ottenuti al caso o a fattori esterni;
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- non consolidare un adeguato senso di autoefficacia;
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- tornare all’evitamento come strategia automatica (per Mario pattern tipico).
“Non so come ho fatto…”: perché questa frase è così importante
In ottica psicopedagogica questa affermazione segnala un possibile modello operativo basato su una bassa attribuzione interna del successo che possiamo parafrasare così: “funziono per caso, non per capacità”. Questo significa che l’esperienza positiva non viene elaborata come competenza personale acquisita e riutilizzabile, ma viene letta come dipendente da una serie di fattori esterni e casuali. Sostanzialmente, Mario ha fatto qualcosa che funziona, ma il suo sistema cognitivo non lo percepisce come una sua competenza replicabile e generalizzabile in altri ambiti della vita.
cos’è il locus of control
Queste riflessioni aprono ad un concetto chiave in ambito psicopedagogico: il locus of control. In parole semplici possiamo dire che il locus of control descrive dove una persona colloca la causa di ciò che accade nella propria vita:
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- Locus of control interno: “I risultati dipendono in buona parte da ciò che faccio io”
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- Locus of control esterno: “I risultati dipendono da fattori esterni, fuori dal mio controllo (caso, altri, fortuna, contesto)”
Lavorare con Mario sul Locus of control sarà il focus dei prossimi colloqui.
Spesso si pensa che il lavoro educativo riguardi soprattutto correggere errori e gestire comportamenti disfunzionali. In realtà le cose sono decisamente più complesse. In questo caso, ad esempio, i prossimi obiettivi a breve termine saranno:
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- prendere consapevolezza della propria modalità di attribuzione interna (come funziono? Qual è il mio Locus of control prevalente?);
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- insegnare a riconoscere e attribuire correttamente i successi attraverso l’analisi di esperienze concrete;
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- individuare quali skills (abilità) ha usato con efficacia e come poterle generalizzare per utilizzarle anche in altri contesti.
Nel lungo termine questo lavoro determinerà un consolidamento del senso di autoefficacia percepita, che a sua volta andrà a nutrire l’autostima personale e, nel caso di Mario, lo porterà a ribilanciare lo scollamento tra competenza reale e competenza percepita.
Quando un ragazzo riesce a gestire una situazione difficile ma attribuisce il risultato al caso, quel comportamento non diventa apprendimento, non si stabilizza e non si generalizza. Attraverso un lavoro educativo mirato Mario potrà costruire una sorta di mappa operativa “sono stato efficace perché in quella determinata situazione ho attuato questo comportamento”. In questo modo il successo smette di essere percepito come casuale e diventa tracciabile, quindi ripetibile. Così avviene lo spostamento del locus of control da esterno: “è andata bene per caso” a interno: “so cosa ho fatto e posso rifarlo”. Questo è il punto in cui nasce il senso di autoefficacia, non come autoconvinzione, ma come conseguenza dell’esperienza vissuta, riletta ed elaborata da un punto di vista pedagogico.
il valore del lavoro pedagogico
Il punto centrale non è solo aiutare una persona a funzionare meglio nel presente, ma educarla per costruire una rappresentazione di sé più aderente alla realtà. Nel caso di Mario va trasformato il “non so come ho fatto” in “so cosa ho fatto, e posso rifarlo”. È un passaggio sottile, ma decisivo poiché da questo dipendono la stabilità dei cambiamenti, la riduzione dell’evitamento e la possibilità di affrontare sfide future.
E tu, quando qualcosa ti riesce, riesci a spiegarti cosa hai fatto? Oppure ti capita di pensare: “stavolta è andata… è stato un caso… non saprei rifarlo”.
dove si colloca il tuo locus of control? e quello di tuo figlio/a?
Ricorda: il cambiamento non avviene solo quando iniziamo a fare cose nuove. Avviene davvero quando iniziamo a riconoscere come e perché funzioniamo, ed è lì che, lentamente, il controllo torna nelle nostre mani.
Giovanni D’Ignoti
Pedagogista – Coach – Formatore