Adolescence: un successo pericoloso

30 Marzo 2025

Adolescence: un successo pericoloso

In vetta alla Top 10 delle serie TV Netflix più viste delle scorse settimane c’è Adolescence, una miniserie in quattro episodi creata da Jack Thorne e Stephen Graham. La trama prende il via dall’arresto di Jamie, un tredicenne accusato dell’efferato omicidio di Katie, una sua compagna di scuola.

Il successo della serie è immediato, grazie al suo forte impianto cinematografico – lodato dagli esperti – e alla cura con cui vengono affrontati i molteplici temi che si intrecciano in una rete di relazioni emotivamente intense. Negli ultimi giorni, il dibattito attorno ad Adolescence si è acceso non solo per i suoi meriti tecnici e narrativi, ma soprattutto per le sue implicazioni sociopsicopedagogiche.

Bullismo e cyberbullismo, violenza di genere, subcultura incel, influenza dei social media sulla vita degli adolescenti, l’invisibilità del disagio giovanile agli occhi degli adulti, isolamento sociale, sono solo alcune delle tematiche affrontate dalla serie e al centro di numerosi articoli e discussioni. Temi particolarmente sensibili nel dibattito contemporaneo, soprattutto alla luce dei fatti di cronaca degli ultimi tempi.

Adolescence è una serie che non lascia indifferenti, anzi, per alcuni può risultare emotivamente disturbante per la sua rappresentazione cruda e realistica del mondo adolescenziale. In molti si chiedono: E’ una serie adatta alla visione in classe? Può essere un valido strumento educativo in famiglia?

Domande legittime, ma a cui non si può rispondere con superficialità. Se l’intento non è solo l’intrattenimento, ma anche un uso educativo consapevole, è fondamentale riflettere su alcuni aspetti pedagogici prima di proporne la visione.

Nel mio lavoro con gli adolescenti utilizzo il mezzo filmico come parte di un approccio strutturato che integra dinamiche di gruppo, role play e giochi interattivi. Non mi limito a stimolare riflessioni, ma costruisco percorsi esperienziali che permettono ai ragazzi di elaborare attivamente ciò che vedono, trasformando la visione in un’opportunità di apprendimento concreto. L’uso del cinema in ambito educativo richiede competenza: senza un’adeguata guida e contestualizzazione, il rischio è che un messaggio potente si riduca, nella migliore delle ipotesi, a un impatto emotivo fine a se stesso.

Adolescence affronta certamente temi di grande rilevanza educativa, ma le vere domande sono: Come li affronta? E in che modo possiamo utilizzare una narrazione così intensa senza cadere in distorsioni o semplificazioni?

Il ritratto di uno scenario desolante

La regia dipinge una comunità priva di empatia, in cui né adulti né giovani mostrano segni di comprensione reciproca. I docenti appaiono goffi e inadeguati, incapaci di instaurare un dialogo con studenti ostili e chiusi nel silenzio. L’assenza di una vera relazione educativa è totale, così come la mancanza di competenza nel gestire il contesto scolastico. I poliziotti, più inclini all’uso della forza che all’analisi degli eventi, criticano apertamente la scuola senza coglierne le dinamiche. Gli adulti, fragili e distanti, sembrano temere il mondo adolescenziale, del quale non possiedono alcuna reale comprensione.

In questo scenario desolante, la rappresentazione dell’adolescenza si riduce a un ritratto carico di tensione e incomunicabilità, dove la violenza sembra essere l’unico linguaggio possibile. Ma davvero la realtà adolescenziale può essere riassunta in questa visione così cupa e priva di speranza? O si tratta, piuttosto, di una narrazione parziale che rischia di oscurare la complessità, le risorse e le potenzialità di questa fase della vita?

Perché Adolescence?

Attribuire un titolo come Adolescence a una miniserie incentrata su un omicidio rischia di attivare uno o più bias cognitivi,1 offrendo allo spettatore un’immagine dell’adolescenza che, per quanto intensa e drammatica, non può certo esserne rappresentativa. Il pericolo è quello di cadere in bias di generalizzazione o stereotipizzazione, spingendo a una percezione distorta degli adolescenti, implicitamente associati alla violenza e alla devianza.

Alcuni bias specifici che potrebbero entrare in gioco:

  • Bias di rappresentatività: avviene quando un singolo caso o un piccolo campione viene erroneamente considerato rappresentativo di un intero gruppo. In questo caso, il titolo Adolescence unito a una narrazione incentrata su un crimine potrebbe indurre lo spettatore a collegare automaticamente l’adolescenza alla criminalità o alla pericolosità.
  • Bias di conferma: chi già considera gli adolescenti problematici potrebbe interpretare la serie come una prova a sostegno delle proprie convinzioni, senza mettere in discussione la narrazione proposta.

Un’ulteriore dinamica che potrebbe attivarsi è il cosiddetto effetto alone: se l’unico aspetto dell’adolescenza messo in scena è la violenza, chi guarda (adulto o adolescente) potrebbe inconsciamente estendere questa caratteristica all’intera categoria, rafforzando un’immagine negativa e parziale.

Il titolo di una serie guida la percezione dello spettatore e può contribuire a costruire o consolidare stereotipi. Naturalmente, l’impatto dipende anche dal modo in cui la storia viene raccontata: una rappresentazione più sfaccettata dell’adolescenza ridurrebbe il rischio di bias cognitivi… ma forse anche quell’effetto shock che ha decretato il successo della serie.

L’effetto Pigmalione negativo

L’Effetto Pigmalione è un fenomeno psicologico secondo cui le aspettative che abbiamo sugli altri influenzano il loro comportamento e le loro prestazioni. È stato studiato in ambito educativo da Rosenthal e Jacobson, i quali dimostrarono che gli insegnanti che si aspettavano migliori risultati da certi studenti (anche senza motivo oggettivo) tendevano inconsciamente a trattarli in modo da favorire il loro successo. Il rischio insito in Adolescence è proprio quello di contribuire a creare o rafforzare un’aspettativa negativa sugli adolescenti. Questo potrebbe influenzare il modo in cui gli adulti li percepiscono e li trattano nella vita reale, attivando un effetto Pigmalione negativo: se gli adolescenti vengono visti soltanto come problematici o pericolosi, gli adulti potrebbero interagire con loro con atteggiamenti permeati da sospetto, rigidità o controllo eccessivo. Il rischio di una dinamica di questo tipo è quello di influenzare il comportamento degli adolescenti, portandoli a sentirsi giudicati e a interiorizzare tali aspettative, con il rischio di aumentare conflitti o atteggiamenti oppositivi. Inoltre, a livello mediatico, la rappresentazione costante di adolescenti problematici potrebbe contribuire a uno stigma sociale che rende più difficile riconoscere e valorizzare gli aspetti positivi di questa fase della vita. In sintesi, il rischio è che una narrazione sbilanciata sull’adolescenza come fase negativa possa contribuire, tramite l’effetto Pigmalione, a creare un circolo vizioso di aspettative e comportamenti negativi creando di fatto una profezia che si auto adempie.

L’uso di Adolescence in ambito educativo: un’analisi critica

L’idea di utilizzare una serie tv come Adolescence in contesti educativi può sembrare allettante, data la sua capacità di stimolare discussioni su temi rilevanti per il mondo giovanile. Tuttavia, prima di proporla in un percorso formativo, è fondamentale considerare alcuni assunti scientifici che ci aiutano a comprendere meglio gli effetti che certi contenuti possono avere sugli spettatori, in particolare sugli adolescenti. L’entusiasmo per un prodotto mediatico ben realizzato non deve farci dimenticare la necessità di un approccio critico e fondato su evidenze scientifiche.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’influenza dei modelli comportamentali proposti dai media, fenomeno studiato approfonditamente da Albert Bandura attraverso le sue ricerche sull’apprendimento sociale e il modellamento. Il celebre esperimento della Bobo Doll (Bandura, Ross & Ross, 1961) ha dimostrato come l’esposizione a modelli aggressivi possa incrementare la probabilità di comportamenti violenti nei bambini.2 Secondo Bandura, le persone apprendono osservando e imitando ciò che vedono negli altri, specialmente se questi modelli sono presentati in modo suggestivo o carismatico. Questo principio ci porta a chiederci: In che modo una serie come Adolescence, in cui emergono adulti fragili, una scuola inadeguata e che pone al centro della narrazione la violenza e la devianza giovanile, potrebbe influenzare gli adolescenti?

Ad avvalorare il nostro interrogativo, ci viene incontro anche la teoria dell’apprendimento coercitivo di Gerald Patterson (Patterson, 1982) che evidenzia come i comportamenti antisociali possano essere rinforzati all’interno di determinati contesti familiari e sociali. Patterson ha studiato come l’esposizione costante a modelli disfunzionali possa portare alla normalizzazione della violenza e alla creazione di circoli viziosi in cui i comportamenti aggressivi vengono appresi e riprodotti. Questo è un aspetto cruciale da considerare quando si valutano gli effetti di contenuti audiovisivi che rappresentano il mondo adolescenziale come un ambiente ostile e privo di relazioni educative positive.

Il mito dell’informazione come strumento di prevenzione

Un altro errore pedagogico da evitare è l’idea che basti esporre i ragazzi a certe tematiche per aiutarli a sviluppare una maggiore consapevolezza o per prevenire comportamenti a rischio. Questo principio, rivelatosi fallimentare, è stato alla base di molte campagne di prevenzione della tossicodipendenza degli anni ‘70 e ‘80. L’idea dominante all’epoca era che fornire ai giovani informazioni dettagliate sulle droghe – anche mostrandone gli effetti devastanti – sarebbe stato sufficiente per scoraggiarne l’uso. Tuttavia, molte ricerche hanno dimostrato che, in alcuni casi, queste strategie hanno avuto l’effetto opposto, generando curiosità o, addirittura, alimentando un senso di fascinazione verso il rischio (Hawkins, Catalano & Miller, 1992).

Questo ci mette in guardia rispetto al rischio di un approccio semplicistico all’uso di Adolescence in ambito educativo. Pensare che la serie possa essere un buon punto di partenza per affrontare il disagio adolescenziale senza un adeguato accompagnamento pedagogico significa ignorare i meccanismi complessi dell’apprendimento e della formazione della coscienza critica nei ragazzi. L’impatto emotivo di scene forti non è sufficiente per generare riflessioni costruttive: senza una guida educativa, lo spettatore rischia di assorbire passivamente il messaggio senza sviluppare strumenti critici per decodificarlo.

Una serie che parla più agli adulti che agli adolescenti

Un altro aspetto che merita attenzione è il pubblico a cui realmente si rivolge Adolescence. Sebbene sia una serie che mette in scena il mondo adolescenziale, il modo in cui lo fa suggerisce che il vero destinatario del messaggio siano gli adulti, più che i ragazzi stessi. La rappresentazione di una società incapace di comprendere i giovani e la forte denuncia del fallimento educativo sembrano voler provocare una reazione negli spettatori adulti, spingendoli a interrogarsi sul loro ruolo.

In questo senso, più che proporla direttamente agli adolescenti, la serie potrebbe essere utilizzata come stimolo per un percorso formativo rivolto agli adulti: genitori, educatori, insegnanti. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di mostrare cosa succede ai ragazzi di oggi, ma piuttosto quello di interrogarsi su come gli adulti possano intervenire in modo più efficace per costruire contesti educativi più sani.

Il ruolo dell’educatore: tra pensiero critico e riferimenti scientifici

Sappiamo bene che molti adolescenti guarderanno Adolescence di loro iniziativa, magari senza alcuna mediazione adulta. Di fronte a questa realtà, il nostro compito non è quello di vietare o demonizzare, ma di accompagnare la visione con un lavoro educativo consapevole. Il ruolo dell’educatore non è semplicemente quello di esporre i ragazzi a determinati contenuti, ma soprattutto di offrire strumenti critici per interpretarli.

Come dice un vecchio saggio, “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. Questo principio vale anche nel mondo mediatico: gli eventi negativi e scioccanti catturano l’attenzione più facilmente rispetto a quelli lenti e silenziosi. Adolescence ci mostra un contesto esasperato, in cui la violenza e l’assenza di relazioni positive dominano la scena. Ma è davvero questa l’unica narrazione possibile dell’adolescenza?

Chi lavora in ambito educativo ha il dovere morale e professionale di porsi questa domanda e, soprattutto, deve chiedersi come trasformare un prodotto mediatico in un’opportunità di crescita per i ragazzi. La visione di una serie, per quanto ben realizzata, non può sostituire un percorso educativo strutturato, piuttosto dovrebbe inserirsi in un lavoro più ampio che includa momenti di riflessione guidata, attività esperienziali, giochi interattivi, role play e che si basi su riferimenti scientifici solidi.

In questo modo è possibile evitare di cadere nella trappola di un facile entusiasmo per il prodotto televisivo del momento e garantire, così, un approccio educativo che possa essere davvero efficace.

Dott. Giovanni D’Ignoti – Pedagogista

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Per approfondire

Bandura, A. (1977). Social Learning Theory. Prentice-Hall.

Per capire come i media e la cultura di massa influenzano l’apprendimento sociale degli adolescenti. La teoria dell’apprendimento osservativo è fondamentale per comprendere come le serie TV possano modellare comportamenti e valori.

Bauman, Z. (2011). Modernità liquida. Laterza.

Per contestualizzare il mondo adolescenziale nella “modernità liquida”, dove i riferimenti culturali e valoriali sono instabili e mutevoli, rendendo i giovani particolarmente vulnerabili all’influenza dei media.

Dolci, D. (1996). Educare alla nonviolenza. La Meridiana.

Per cogliere una prospettiva pedagogica su come i messaggi culturali possano educare alla cooperazione o, al contrario, alimentare conflitti e visioni distorte della realtà.

Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. Bollati Boringhieri.

Per approfondire il conflitto tra pulsioni inconsce e norme sociali, utile a comprendere l’attrattiva che certi contenuti mediatici esercitano sugli adolescenti.

Kahneman, D. (2011). Thinking, Fast and Slow. Farrar, Straus and Giroux.

Per conoscere il concetto di bias cognitivi e spiegare come essi influenzino la percezione delle informazioni veicolate dai media.

Maritain, J. (1959). L’educazione al bivio. Editrice la scuola.

Per collegare la riflessione sulle serie TV a una visione più ampia dell’educazione, evidenziando il rischio di una formazione superficiale e manipolatoria.

Milani, L. (1967). Lettera a una professoressa. Libreria Editrice Fiorentina.

Per cogliere l’importanza di una scuola che educhi alla critica e all’autonomia di pensiero, in contrasto con la passività che certi prodotti culturali possono indurre.

Morin, E. (2001). I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Raffaello Cortina Editore.

Per riflettere sulla necessità di un’educazione che aiuti a decodificare la complessità della realtà, compreso il linguaggio dei media.

Patterson, G. R. (1982). Coercive Family Process. Castalia Publishing.

Per capire come i modelli familiari disfunzionali possano interagire con i messaggi mediatici, rinforzando schemi di comportamento problematici.

Postman, N. (1985). Amusing Ourselves to Death: Public Discourse in the Age of Show Business. Penguin Books.

Per analizzare come la cultura dell’intrattenimento trasformi anche le questioni serie in spettacolo, influenzando il modo in cui gli adolescenti percepiscono il mondo.

Rosenthal, R., & Jacobson, L. (1968). Pygmalion in the Classroom: Teacher Expectation and Pupils’ Intellectual Development. Holt, Rinehart & Winston.

Per conoscere l’effetto Pigmalione, ovvero il modo in cui le aspettative (esplicite o implicite) influenzano il comportamento e le prestazioni degli individui. Questo è particolarmente rilevante nell’analisi delle serie TV: se i media rafforzano certi stereotipi sugli adolescenti, questi possono interiorizzarli e conformarsi a essi, limitando le proprie possibilità di crescita e autodeterminazione.

Winnicott, D. W. (2018). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore.

Per approfondire il ruolo dell’ambiente (familiare, scolastico, culturale) nella crescita emotiva dei ragazzi, evidenziando come i media possano essere un ambiente facilitante o perturbante.

  1. I bias cognitivi sono schemi mentali che portano a giudizi distorti o errati, spesso in modo inconscio. Ad esempio, il confirmation bias ci porta a cercare informazioni che confermano le nostre convinzioni, mentre il bandwagon effect (effetto carrozzone) ci spinge ad aderire a un’opinione solo perché condivisa dalla maggioranza. Nel caso delle serie TV, i bias possono influenzare la percezione della realtà degli adolescenti, facendo sembrare normali o desiderabili certi comportamenti e valori. ↩︎
  2. L’esperimento della Bobo Doll, condotto da Albert Bandura nel 1961-1963, dimostrò il ruolo dell’apprendimento osservativo nel comportamento aggressivo. Un gruppo di bambini osservava un adulto interagire con una bambola (la Bobo Doll): alcuni vedevano l’adulto comportarsi in modo aggressivo, colpendo e insultando la bambola, mentre altri osservavano un’interazione pacifica o nessun modello. Successivamente, i bambini venivano lasciati soli con la Bobo Doll. I risultati mostrarono che coloro che avevano assistito a comportamenti aggressivi erano più propensi a imitarli, suggerendo che la violenza può essere appresa per osservazione e riprodotta in assenza di rinforzi diretti. ↩︎